La politica non si fa soltanto sui

La politica non si fa soltanto sui

🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S

Episodio 5 — La politica non si fa soltanto sui social.

Apri Facebook.

Scorri.

Un post politico.

Un commento.

Una polemica.

Un’altra polemica.

Un video.

Una risposta.

Un’altra risposta.

E dopo qualche minuto hai già assistito a una piccola guerra politica.

Ma alla fine viene da chiedersi:

quante di quelle parole hanno davvero cambiato qualcosa nella vita delle persone?

È una domanda che mi pongo spesso.

Perché oggi i social sono diventati uno degli strumenti principali attraverso i quali facciamo politica.

E sarebbe assurdo ignorarli.

Sono importanti.

Permettono di comunicare rapidamente.

Permettono a una proposta di raggiungere migliaia di persone.

Permettono a un cittadino di segnalare un problema.

Permettono di creare discussioni.

Ma c’è un rischio.

Confondere la politica con la comunicazione politica.

Sono due cose molto diverse.


Un post può raggiungere diecimila persone.

Ma se nessuno di quei diecimila cittadini viene realmente ascoltato, cosa abbiamo costruito?

Un video può ottenere centinaia di “mi piace”.

Ma se il problema raccontato in quel video rimane esattamente com’era, cosa è cambiato?

Una discussione può diventare virale.

Ma una discussione virale non è necessariamente una soluzione.

E allora penso che un attivista debba imparare a fare entrambe le cose.

Comunicare online e lavorare offline.


Il social è una porta.

Non dovrebbe essere la casa.

La porta serve per entrare.

E noi dovremmo invitare le persone a entrare in una comunità reale.

A partecipare.

A incontrarsi.

A discutere.

A proporre.

A costruire qualcosa insieme.

Perché un commento sotto un post non può sostituire completamente una conversazione faccia a faccia.

Quando sei davanti a una persona, cambia tutto.

Vedi la sua espressione.

Senti il tono della sua voce.

Capisci quando una persona è arrabbiata.

Quando è delusa.

Quando è preoccupata.

Quando magari non crede più nella politica.

E soprattutto puoi farle una domanda che sui social spesso dimentichiamo:

“Tu cosa ne pensi?”


C’è poi un altro problema.

Sui social siamo continuamente tentati di parlare soltanto con chi è già d’accordo con noi.

Il nostro algoritmo ci mostra persone che condividono idee simili.

Leggiamo opinioni simili alle nostre.

Condividiamo contenuti che confermano quello che già pensiamo.

E lentamente rischiamo di costruire una realtà parallela.

Una bolla.

Dentro quella bolla sembra che tutti la pensino come noi.

Poi esci di casa.

Parli con le persone.

E scopri che il mondo è molto più complicato.

Ed è proprio per questo che un attivista dovrebbe uscire dalla propria bolla.


Io credo che dovremmo tornare a frequentare i luoghi della vita quotidiana.

Un mercato.

Una piazza.

Una biblioteca.

Una bottega.

Un’associazione.

Un centro anziani.

Un luogo frequentato dai giovani.

Non per distribuire volantini.

Non per fare propaganda.

Ma per parlare.

Per ascoltare.

Per capire.

Perché magari scopri che il problema che consideravi prioritario non è quello che le persone considerano più urgente.

E questa scoperta può essere preziosa.

Può obbligarti a rivedere le tue priorità.


Pensiamo ancora una volta agli artigiani.

Possiamo pubblicare cento post sull’importanza dell’artigianato.

Possiamo creare bellissime grafiche.

Possiamo scrivere:

“Difendiamo le botteghe!”

Ma poi dovremmo anche entrare in una bottega.

Parlare con chi ci lavora.

Chiedere:

“Qual è il problema più grande che affronti?”

“Cosa ti impedisce di assumere qualcuno?”

“Cosa servirebbe a un giovane per imparare questo mestiere?”

“Cosa potrebbe fare concretamente un’amministrazione?”

Queste risposte valgono più di cento slogan.

Perché da una risposta può nascere una proposta.


E questo dovrebbe essere il percorso:

ascoltare → capire → elaborare → proporre → verificare.

Non:

pubblicare → aspettare i like → festeggiare.

Perché i “mi piace” non sono consenso politico.

E nemmeno il numero dei follower dice necessariamente quanto una persona sia radicata nel territorio.

Puoi avere pochi follower e conoscere profondamente i problemi della tua comunità.

Puoi avere migliaia di follower e non conoscere affatto le persone che vivono intorno a te.


Questo non significa che dobbiamo abbandonare i social.

Al contrario.

Dobbiamo imparare a utilizzarli meglio.

Possiamo raccontare quello che facciamo.

Possiamo spiegare una proposta.

Possiamo pubblicare documenti.

Possiamo raccogliere segnalazioni.

Possiamo informare.

Possiamo creare discussioni.

Ma dobbiamo evitare che la comunicazione diventi il fine.

Il social deve essere uno strumento.

Il fine dovrebbe essere la partecipazione.


E forse c’è anche un’altra cosa da recuperare:

la capacità di parlare senza urlare.

Perché online spesso vince chi urla più forte.

Chi usa il titolo più provocatorio.

Chi riesce a scatenare più commenti.

Ma la politica non dovrebbe essere una gara a chi provoca di più.

Una persona può essere profondamente convinta delle proprie idee e contemporaneamente rispettare chi ne ha altre.

Non dobbiamo avere paura del confronto.

Dobbiamo aver paura dell’indifferenza.

Perché finché discutiamo, almeno stiamo partecipando.

Quando smettiamo completamente di parlarci, allora sì che abbiamo un problema.


Essere attivista significa anche accettare che qualche volta non riuscirai a convincere nessuno.

E va bene.

Non dobbiamo trasformare ogni persona in un elettore.

Dobbiamo prima di tutto considerarla un cittadino.

Questa distinzione è fondamentale.

Se incontriamo qualcuno che non voterà mai il Movimento 5 Stelle, quella persona non perde per questo il diritto di essere ascoltata.

Anzi.

Potrebbe essere proprio quella persona a farci capire qualcosa che non avevamo visto.


Allora, quando la prossima volta apriremo i social e vedremo una discussione politica infuocata, forse possiamo fermarci un momento.

Leggere.

Ragionare.

E poi chiederci:

“Questa discussione serve a qualcosa?”

Se sì, partecipiamo.

Se invece serve soltanto a insultarsi, forse possiamo fare qualcosa di molto più utile.

Spegnere il telefono.

Uscire.

E parlare con una persona.

Una persona vera.

Magari proprio quella che vive a pochi metri da noi.


Perché alla fine la politica non è fatta di profili.

È fatta di persone.

Non è fatta soltanto di post.

È fatta di problemi.

Non è fatta soltanto di commenti.

È fatta di decisioni.

E non è fatta soltanto di parole.

È fatta soprattutto di azioni.

Io voglio continuare a usare i social.

Ma voglio ricordarmi sempre che dietro ogni profilo c’è una persona.

E che quella persona merita di essere ascoltata anche quando non mette un “mi piace”.


Forse il vero successo di un attivista non dovrebbe essere:

“Quante persone hanno visto il mio post?”

Ma:

“Quante persone ho incontrato?”

“Quante persone ho ascoltato?”

“Quante idee ho raccolto?”

“Qualcosa di quello che ho ascoltato è diventato una proposta?”

E soprattutto:

“Dopo aver parlato tanto, sono riuscito anche a fare qualcosa?”

Queste sono le domande che vorrei portare con me.

Perché il social può far arrivare lontano una voce.

Ma è il territorio che ti fa capire perché quella voce dovrebbe parlare.

Io sono Marco.

Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.

E questo era il quinto episodio.

La prossima volta che qualcuno mi chiederà:

“Dove fai politica?”

forse risponderò:

“Online, sì.
Ma soprattutto dove ci sono le persone.”

Ci sentiamo al prossimo episodio.

La politica non si fa soltanto sui

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