
🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S
Episodio 8 — Quando non siamo d’accordo
C’è una cosa che nella politica sembra diventata sempre più difficile:
essere in disaccordo senza diventare nemici.
Sembra una frase semplice.
Eppure, basta poco.
Una posizione diversa.
Un’opinione contraria.
Una critica.
E improvvisamente una discussione può trasformarsi in uno scontro.
Ma è davvero questo il modo migliore per fare politica?
Io penso di no.
Anzi, credo che una comunità politica sana debba essere capace di discutere anche quando le opinioni sono diverse.
Perché se siamo tutti d’accordo su tutto, forse non stiamo discutendo abbastanza.
Essere attivista non significa ricevere un copione e ripeterlo.
Significa avere delle idee.
E avere delle idee significa anche poterle mettere in discussione.
Può capitare di arrivare a una riunione convinti di avere ragione.
Poi qualcuno interviene.
Presenta un argomento che non avevamo considerato.
Porta un’esperienza diversa.
Ci fa notare una conseguenza che non avevamo previsto.
E allora abbiamo due possibilità.
Possiamo chiuderci.
Oppure possiamo ascoltare.
Io credo che la seconda sia sempre la strada più difficile.
Ma anche quella più utile.
Il problema nasce quando trasformiamo il dissenso in un’offesa personale.
“Non sei d’accordo con me.”
diventa:
“Sei contro di me.”
E questo è un errore.
Una persona può essere completamente d’accordo con gli obiettivi di una comunità e non condividere una determinata strategia.
Può sostenere un progetto e criticare il modo in cui viene realizzato.
Può avere fiducia nelle persone e contemporaneamente chiedere maggiore trasparenza.
Può essere un attivista e dire:
“Secondo me questa cosa non va.”
E dovrebbe poterlo fare senza paura.
Anzi, forse dovremmo preoccuparci proprio quando nessuno critica più nulla.
Quando durante una riunione tutti annuiscono.
Quando nessuno fa domande.
Quando nessuno mette in discussione una proposta.
Quando tutti dicono:
“Va bene così.”
Potrebbe sembrare il massimo dell’unità.
Ma non sempre lo è.
A volte è semplicemente silenzio.
E una comunità che non discute rischia di accorgersi dei propri errori quando è ormai troppo tardi.
Naturalmente c’è una differenza tra criticare e distruggere.
Criticare significa dire:
“Non sono d’accordo e ti spiego perché.”
Distruggere significa:
“Questa cosa fa schifo.”
La prima frase apre una discussione.
La seconda la chiude.
E vale per tutti.
Anche per chi riceve una critica.
Perché se una persona ci fa notare un problema, non dobbiamo rispondere immediatamente mettendoci sulla difensiva.
Possiamo semplicemente chiedere:
“Perché la pensi così?”
È una domanda potentissima.
Perché trasforma uno scontro in una conversazione.
Penso che questo sia particolarmente importante per chi fa politica sul territorio.
Quando siamo pochi, ogni persona conta.
Se trasformiamo ogni differenza di opinione in una guerra interna, alla fine rischiamo di perdere proprio le persone che potrebbero dare un contributo importante.
Una comunità non diventa forte eliminando le differenze.
Diventa forte imparando a gestirle.
Immaginiamo una riunione.
Sul tavolo c’è una proposta.
Una persona è favorevole.
Un’altra ha dei dubbi.
Una terza è contraria.
Invece di cominciare a discutere su chi abbia ragione, potremmo fare qualcosa di molto più semplice:
ascoltare le motivazioni di tutti.
Poi prendere un foglio.
Scrivere i punti positivi.
Scrivere le criticità.
Capire cosa può essere modificato.
E magari arrivare a una proposta diversa da quella con cui avevamo iniziato.
Non sarebbe una sconfitta per nessuno.
Sarebbe una decisione costruita insieme.
Questo richiede però una qualità che nella politica considero fondamentale:
l’umiltà.
L’umiltà di riconoscere che non possiamo sapere tutto.
L’umiltà di ascoltare qualcuno più competente di noi.
L’umiltà di cambiare idea.
E anche l’umiltà di dire:
“Su questo avevi ragione tu.”
Non è facile.
Perché siamo abituati a pensare che cambiare posizione significhi perdere.
Io invece penso il contrario.
Cambiare idea dopo aver ascoltato un argomento migliore può essere una delle forme più belle di intelligenza.
C’è poi un’altra questione.
Il confronto deve essere rispettoso, ma non deve diventare finto.
Non dobbiamo dire:
“Rispettiamo tutte le opinioni”
e poi impedire a chi dissente di parlare.
Se vogliamo davvero partecipazione, dobbiamo accettare anche le opinioni scomode.
Quelle che ci mettono in difficoltà.
Quelle che ci costringono a spiegare meglio le nostre ragioni.
Quelle che ci fanno venire qualche dubbio.
Perché un’idea che non sopporta nessuna domanda probabilmente ha bisogno di essere approfondita.
E questo vale anche per me.
Se domani presentassi una proposta e qualcuno mi dicesse:
“Marco, secondo me non funziona.”
La mia prima reazione potrebbe essere quella di difenderla.
È normale.
Ci hai lavorato.
Ci hai creduto.
Hai investito tempo.
Ma dopo la prima reazione dovrebbe arrivare una domanda:
“Dimmi cosa non funziona.”
Perché magari quella persona ha visto qualcosa che io non avevo visto.
E se ha ragione, correggere la proposta la renderà più forte.
Credo che dovremmo recuperare anche il piacere della discussione.
Non della polemica.
Della discussione.
Quella nella quale alla fine magari non abbiamo convinto l’altro, ma abbiamo imparato qualcosa.
Quella nella quale possiamo tornare a casa pensando:
“Non sono d’accordo con lui, però ho capito meglio il suo punto di vista.”
È già un risultato.
Perché la politica non dovrebbe necessariamente produrre uniformità.
Dovrebbe produrre confronto.
E c’è una cosa che vorrei vedere sempre più spesso:
persone che non hanno paura di dire la propria opinione.
Non soltanto i dirigenti.
Non soltanto chi parla bene.
Non soltanto chi ha esperienza.
Tutti.
Perché se una comunità vuole crescere, deve permettere alle persone di sentirsi libere di parlare.
Altrimenti avremo sempre gli stessi che parlano e gli altri che ascoltano.
E quella non è partecipazione.
Forse, quindi, la vera domanda non è:
“Come facciamo a essere tutti d’accordo?”
Ma:
“Come facciamo a restare insieme anche quando non siamo d’accordo?”
Questa, secondo me, è una sfida molto più importante.
Perché l’unità costruita sul silenzio è fragile.
Quella costruita sul confronto è molto più solida.
Io non voglio un’attività politica nella quale tutti la pensano come me.
Voglio una comunità nella quale possiamo dirci:
“Non sono d’accordo.”
E subito dopo:
“Però continuiamo a parlarne.”
Perché una persona che dissente non è necessariamente un problema.
Può essere una risorsa.
Può aiutarci a vedere meglio.
Può mettere alla prova le nostre convinzioni.
Può impedirci di commettere un errore.
E forse può persino aiutarci a trovare una soluzione migliore.
Fare politica significa anche questo.
Non avere sempre ragione.
Non vincere sempre una discussione.
Non ottenere sempre quello che vogliamo.
Significa costruire insieme, anche quando il percorso è complicato.
E qualche volta costruire insieme significa fare un passo indietro.
Lasciare spazio a qualcun altro.
Modificare una proposta.
Accettare una critica.
Ripartire.
Per questo, quando parteciperò alla prossima riunione, proverò a ricordarmi una cosa:
non devo uscire necessariamente avendo convinto tutti.
Vorrei uscire avendo ascoltato tutti.
Perché se alla fine della discussione abbiamo imparato qualcosa in più, anche se non abbiamo trovato un accordo completo, non abbiamo perso tempo.
Abbiamo fatto politica.
Quella vera.
Quella fatta di persone.
Io sono Marco.
Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.
E questo era l’ottavo episodio.
La prossima volta che incontreremo qualcuno che non è d’accordo con noi, proviamo a non chiederci subito:
“Come faccio a convincerlo?”
Proviamo invece a chiedergli:
“Cosa posso imparare dalla tua posizione?”
Perché magari non cambieremo idea.
Ma potremmo cambiare il modo in cui la pensiamo.
E forse è proprio così che una comunità diventa più forte.
Non quando tutti pensano allo stesso modo.
Ma quando tutti possono pensare liberamente.
Ci sentiamo al prossimo episodio.


