Non possiamo cambiare

Non possiamo cambiare

🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S

Episodio 10 — Non possiamo cambiare tutto, ma possiamo cominciare da qualcosa.

Dieci episodi.

Quando ho iniziato questo diario non sapevo esattamente dove mi avrebbe portato.

Sapevo soltanto una cosa:

avevo bisogno di raccontare cosa significa, per me, essere un attivista.

Non soltanto nei momenti belli.

Non soltanto quando una proposta viene accolta.

Ma anche quando arrivano i dubbi.

Quando le persone non rispondono.

Quando un’idea rimane ferma.

Quando ti chiedi se tutto questo abbia davvero un senso.

E forse, arrivati al decimo episodio, una risposta posso provare a darla.

Sì. Ne vale la pena.

Ma bisogna capire una cosa importante.

Non possiamo cambiare tutto.

Almeno, non subito.


Viviamo in un periodo nel quale sembra che tutto debba essere immediato.

Pubblicare.

Condividere.

Rispondere.

Ottenere risultati.

Un video diventa virale in poche ore.

Una notizia fa il giro del mondo in pochi minuti.

E questa velocità rischia di entrare anche nella politica.

Vorremmo vedere immediatamente il risultato di una proposta.

Vorremmo che un problema segnalato oggi fosse risolto domani.

Vorremmo che le persone partecipassero subito.

Ma la realtà è diversa.

Le comunità hanno bisogno di tempo.

La fiducia ha bisogno di tempo.

I progetti hanno bisogno di tempo.

E anche il cambiamento ha bisogno di tempo.


Questo non significa aspettare passivamente.

Significa imparare a distinguere ciò che possiamo fare oggi da ciò che richiederà mesi o anni.

Se vediamo un problema enorme, possiamo sentirci impotenti.

Ma possiamo provare a dividerlo.

Un pezzo alla volta.

Un problema alla volta.

Una proposta alla volta.

Una persona alla volta.

E forse è proprio questo il modo più realistico di fare politica.


Pensiamo a un territorio.

Non possiamo risolvere contemporaneamente tutti i suoi problemi.

Possiamo però ascoltare i cittadini.

Raccogliere le segnalazioni.

Capire quali sono le priorità.

Studiare una questione.

Preparare una proposta.

Portarla nelle sedi competenti.

E poi controllare cosa succede.

Sembra poco.

In realtà è un percorso.

E ogni percorso comincia da un primo passo.


A volte abbiamo la tentazione di pensare in grande.

“Dobbiamo cambiare il Paese.”

È una bellissima ambizione.

Ma il Paese è fatto di comuni.

I comuni sono fatti di quartieri.

I quartieri sono fatti di strade.

E quelle strade sono abitate da persone.

Quindi forse possiamo partire proprio da lì.

Da una strada.

Da una piazza.

Da una scuola.

Da una bottega.

Da un problema concreto.

Perché quando una persona vede migliorare qualcosa vicino a casa propria, il cambiamento smette di essere una parola astratta.

Diventa reale.


E qui torno ancora una volta all’attivismo.

Secondo me non dobbiamo chiederci continuamente:

“Quanto siamo grandi?”

Dovremmo chiederci:

“Quanto siamo utili?”

È una domanda molto diversa.

Un piccolo gruppo può essere utile.

Una singola persona può essere utile.

Un’idea può essere utile.

Un’informazione può essere utile.

Una segnalazione può essere utile.

Non dobbiamo necessariamente avere grandi numeri per iniziare a fare qualcosa.


Naturalmente i numeri contano.

La partecipazione conta.

La presenza conta.

Ma non possono essere l’unica misura.

Se cinque persone si incontrano e da quella discussione nasce una proposta concreta, quelle cinque persone hanno già prodotto qualcosa.

Se una persona entra in un gruppo per la prima volta e trova qualcuno disposto ad ascoltarla, quella persona potrebbe decidere di tornare.

Se un artigiano racconta un problema e qualcuno decide di approfondirlo, è già successo qualcosa.

Piccoli segnali.

Piccoli passi.

Ma reali.


Forse siamo troppo abituati a raccontare soltanto i grandi risultati.

Una legge approvata.

Un’opera inaugurata.

Una grande manifestazione.

Un successo elettorale.

Ma prima di tutto questo ci sono migliaia di momenti che nessuno racconta.

Una telefonata.

Una riunione.

Un documento.

Una ricerca.

Un confronto.

Una persona che decide di partecipare.

È lì che spesso comincia tutto.


E c’è una cosa che vorrei ricordare anche a me stesso.

Non dobbiamo avere fretta di dimostrare qualcosa.

Se abbiamo un’idea, studiamola.

Se abbiamo una proposta, miglioriamola.

Se abbiamo trovato una difficoltà, affrontiamola.

Se qualcuno ci critica, ascoltiamo.

Se non siamo d’accordo, discutiamo.

Se una strada non funziona, cerchiamone un’altra.

Non dobbiamo dimostrare di essere infallibili.

Dobbiamo dimostrare di essere seri.


Perché la politica non dovrebbe essere una gara a chi promette di più.

Dovrebbe essere anche la capacità di dire:

“Questo possiamo farlo.”

“Questo invece è più complicato.”

“Per questo servono risorse.”

“Per questo dobbiamo coinvolgere altre persone.”

“Su questo dobbiamo ancora studiare.”

La trasparenza può sembrare meno affascinante di una promessa.

Ma nel lungo periodo costruisce qualcosa di molto più importante:

fiducia.


E la fiducia non si conquista in un giorno.

Si costruisce mantenendo piccoli impegni.

Se dici che richiamerai qualcuno, richiamalo.

Se dici che studierai un problema, studialo.

Se prometti di portare una proposta a qualcuno, portala.

Se non puoi fare qualcosa, dillo.

Sembrano comportamenti normali.

Dovrebbero esserlo.

Eppure sono proprio queste piccole cose che possono cambiare il rapporto tra cittadini e politica.


Forse il vero cambiamento non comincia quando arriviamo al potere.

Comincia molto prima.

Comincia quando una persona decide di non essere più soltanto spettatrice.

Quando entra in una riunione.

Quando fa una domanda.

Quando propone un’idea.

Quando decide di dedicare un’ora del proprio tempo alla comunità.

Quando dice:

“Questa cosa mi riguarda.”

E poi:

“Voglio provare a fare qualcosa.”


È questo che vorrei continuare a raccontare nel mio diario.

Non una politica perfetta.

Non un percorso senza ostacoli.

Ma il tentativo di trasformare l’indifferenza in partecipazione.

La lamentela in proposta.

La proposta in progetto.

E il progetto, quando possibile, in realtà.

Un passaggio alla volta.


Non so dove arriveremo.

Non so quante persone incontrerò.

Non so quante delle idee che abbiamo discusso riusciranno davvero a diventare qualcosa.

Ma forse non è necessario saperlo oggi.

Oggi basta sapere qual è il prossimo passo.

E farlo.

Poi domani penseremo a quello successivo.


Perché forse abbiamo sbagliato prospettiva.

Forse continuiamo a chiederci:

“Come possiamo cambiare tutto?”

quando dovremmo chiederci:

“Cosa possiamo migliorare oggi?”

Una cosa.

Una sola.

Ma fatta bene.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Fino a quando, guardandoci indietro, ci accorgeremo che quei piccoli passi hanno costruito un percorso.


Questo è il mio modo di intendere l’attivismo.

Non aspettare il momento perfetto.

Non aspettare di avere tutte le risposte.

Non aspettare che siano sempre gli altri a cominciare.

Cominciare con quello che abbiamo.

Con il tempo che abbiamo.

Con le competenze che abbiamo.

Con le persone che abbiamo vicino.

E cercare, strada facendo, di coinvolgerne altre.


Dieci episodi fa ho iniziato questo diario con una domanda:

“Dove sono finiti i cittadini?”

Forse oggi ho una risposta diversa.

I cittadini sono ancora qui.

Sono nei nostri quartieri.

Nei nostri luoghi di lavoro.

Nelle nostre attività.

Nelle nostre famiglie.

Aspettano soltanto di capire se vale ancora la pena partecipare.

E forse non possiamo convincerli con le parole.

Dobbiamo dimostrarglielo con i fatti.


Io sono Marco.

Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.

E questo era il decimo episodio.

Non possiamo cambiare tutto.

Non oggi.

Forse nemmeno domani.

Ma possiamo scegliere una cosa da migliorare.

Una persona da ascoltare.

Un problema da approfondire.

Un’idea da trasformare in proposta.

E fare il primo passo.

Perché alla fine il cambiamento non arriva tutto insieme.

Arriva un passo alla volta.

E se quel primo passo non lo fa nessuno…

possiamo provare a farlo noi.

Ci sentiamo al prossimo episodio.

Non possiamo cambiare

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