
🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S.
Episodio 6 — La politica deve aprire le porte.
C’è una parola che sentiamo spesso quando si parla di politica:
partecipazione.
La usiamo nei discorsi.
La scriviamo nei programmi.
La pronunciamo durante le riunioni.
Ma che cosa significa davvero partecipare?
È mettere una croce su una scheda elettorale?
È iscriversi a un movimento?
È partecipare a una riunione?
È scrivere un commento sui social?
Sì, anche questo può essere partecipazione.
Ma secondo me c’è qualcosa di più.
Partecipare significa sentire che quello che pensi può avere un valore.
Significa sapere che puoi entrare in una stanza e parlare.
Che puoi avere un’idea.
Che puoi proporre qualcosa.
Che puoi anche essere in disaccordo.
E soprattutto che qualcuno è disposto ad ascoltarti.
Per questo penso che la politica debba aprire le porte.
Non soltanto metaforicamente.
Anche fisicamente.
Dovremmo avere luoghi dove le persone possano incontrarsi.
Non necessariamente grandi sedi.
Può essere una sala comunale.
Una biblioteca.
Uno spazio associativo.
Un luogo messo a disposizione dalla comunità.
Un tavolo intorno al quale sedersi.
Perché a volte una buona idea nasce semplicemente da una conversazione.
Una persona racconta un problema.
Un’altra dice:
“È successo anche a me.”
Un’altra ancora aggiunge:
“E se provassimo a fare questo?”
E improvvisamente quello che sembrava soltanto un problema diventa l’inizio di una proposta.
Ma c’è una condizione.
La porta deve essere davvero aperta.
Non soltanto per chi è già dentro.
Non soltanto per gli iscritti.
Non soltanto per chi conosce già il funzionamento della politica.
Deve essere aperta anche alla persona che arriva per la prima volta.
A quella che magari non sa nemmeno come funzionano certe procedure.
A quella che non conosce nessuno.
A quella che ha un’idea ma non sa da dove cominciare.
A quella che magari è arrabbiata.
Perfino a quella che viene soltanto per criticare.
Perché anche una critica può essere l’inizio di un confronto.
A volte credo che abbiamo dimenticato una cosa molto semplice:
la politica non dovrebbe far paura.
Non dovrebbe sembrare un mondo riservato agli esperti.
Certo, bisogna studiare.
Bisogna conoscere le leggi.
Bisogna capire come funzionano le istituzioni.
Bisogna informarsi.
Ma non possiamo pretendere che ogni cittadino arrivi già preparato.
Se vogliamo che partecipi, dobbiamo anche aiutarlo a capire.
Spiegare.
Raccontare.
Semmai accompagnarlo.
Perché una persona che entra per la prima volta in una riunione politica dovrebbe uscire pensando:
“Ho capito qualcosa. Posso tornare.”
Non:
“Non ci ho capito niente. Non ci torno più.”
E qui arriviamo anche al ruolo dell’attivista.
Un attivista non dovrebbe essere un guardiano della porta.
Dovrebbe essere qualcuno che apre la porta agli altri.
Dovrebbe dire:
“Vieni.”
“Parliamone.”
“Spiegami cosa pensi.”
“Vediamo se possiamo fare qualcosa.”
Non:
“Questo è il nostro spazio e tu sei un ospite.”
Perché se continuiamo a ragionare in questo modo, non costruiremo mai una vera partecipazione.
Costruiremo soltanto gruppi chiusi.
Immaginiamo invece una riunione diversa.
Niente palcoscenico.
Niente file di sedie rivolte verso una persona che parla.
Un tavolo.
Dieci persone.
O magari cinque.
O magari venti.
Una lavagna.
Un foglio.
E una domanda scritta sopra:
“Qual è il problema più importante del nostro territorio?”
Ognuno può parlare.
Uno prende appunti.
Un altro fa una domanda.
Un altro non è d’accordo.
Si discute.
Si eliminano alcune idee.
Se ne migliorano altre.
Alla fine magari rimangono tre proposte concrete.
E a quel punto si decide di lavorarci.
Ecco.
Questa per me è partecipazione.
Naturalmente non tutte le proposte potranno essere realizzate.
Alcune saranno sbagliate.
Altre troppo costose.
Altre ancora impossibili dal punto di vista amministrativo.
Ma non importa.
Una comunità non deve avere paura di produrre idee.
Deve imparare a selezionarle.
A studiarle.
A correggerle.
A trasformarle in proposte realistiche.
E magari a scoprire che un’idea apparentemente impossibile può diventare possibile se viene modificata.
Questo è il bello del confronto.
C’è poi una cosa che considero fondamentale:
non dobbiamo avere paura di coinvolgere persone nuove.
A volte nei gruppi politici si crea una dinamica strana.
Le persone che partecipano da più tempo diventano naturalmente quelle che parlano di più.
Conoscono le procedure.
Conoscono le persone.
Conoscono la storia del gruppo.
E questo è un patrimonio importante.
Ma bisogna fare attenzione.
Perché se una persona nuova entra e trova sempre le stesse dieci persone che decidono tutto, potrebbe pensare:
“Che sono venuto a fare?”
E se quella persona se ne va, abbiamo perso una possibilità.
Io credo invece che l’esperienza debba servire a formare nuove persone, non a sostituirle.
Chi ha già fatto attivismo dovrebbe insegnare.
Spiegare.
Accompagnare.
Lasciare spazio.
Perché un gruppo che dipende sempre dalle stesse persone è fragile.
Un gruppo che riesce a far crescere nuove energie è vivo.
E questo vale soprattutto per i giovani.
Non possiamo limitarci a dire:
“Dobbiamo coinvolgere i giovani.”
Dobbiamo chiederci:
“Che spazio gli stiamo dando?”
Se arrivano in una riunione e trovano soltanto persone che parlano per ore di politica, forse non li abbiamo coinvolti.
Se invece chiediamo:
“Qual è il problema che vedete nel vostro territorio?”
allora forse stiamo iniziando ad ascoltarli davvero.
Potrebbero parlare di lavoro.
Di trasporti.
Di sport.
Di spazi per incontrarsi.
Di ambiente.
Di formazione.
Di futuro.
E magari scopriremmo che hanno molto più da dire di quanto pensiamo.
La partecipazione, però, non può essere soltanto una bella serata.
Deve avere un seguito.
Se raccogliamo dieci problemi e poi non succede nulla, le persone smetteranno di venire.
Se chiediamo idee e poi non diamo mai una risposta, la fiducia diminuirà.
Per questo credo che ogni incontro dovrebbe terminare con una domanda molto concreta:
“Cosa facciamo adesso?”
Non domani.
Non prima o poi.
Adesso.
Chi si occupa di cosa?
Qual è il prossimo passo?
Quando ci rivediamo?
A chi dobbiamo parlare?
Quale documento dobbiamo preparare?
Quale istituzione dobbiamo coinvolgere?
Anche una piccola azione è meglio di una grande discussione che finisce nel nulla.
E forse è proprio questa la differenza tra una riunione e una comunità.
Una riunione finisce quando tutti tornano a casa.
Una comunità continua a lavorare anche dopo.
Continua a parlarsi.
Continua a confrontarsi.
Continua a cercare soluzioni.
Continua a coinvolgere altre persone.
Io vorrei che il mio impegno politico fosse questo.
Non costruire un gruppo di persone che pensano tutte allo stesso modo.
Ma costruire un gruppo di persone che hanno voglia di pensare insieme.
Perché sono due cose molto diverse.
Pensare allo stesso modo è comodo.
Pensare insieme è più difficile.
Richiede pazienza.
Richiede ascolto.
Richiede rispetto.
E qualche volta richiede anche la capacità di dire:
“Su questo avevi ragione tu.”
Non è una sconfitta.
È crescita.
E allora forse dobbiamo smettere di chiederci:
“Come facciamo a convincere più persone?”
E iniziare a chiederci:
“Come facciamo a coinvolgere più persone?”
La differenza è enorme.
Convincere significa parlare.
Coinvolgere significa anche ascoltare.
Convincere significa portare qualcuno verso la nostra idea.
Coinvolgere significa costruire insieme un’idea migliore.
E io preferisco la seconda strada.
Perché alla fine la politica non dovrebbe appartenere a pochi.
Non dovrebbe appartenere soltanto a chi ha un ruolo.
Non dovrebbe appartenere soltanto a chi ha esperienza.
La politica appartiene a tutti i cittadini.
E se vogliamo davvero che tornino a partecipare, dobbiamo dimostrare loro che la loro presenza serve.
Che la loro voce conta.
Che il loro tempo non viene sprecato.
Che la loro idea può diventare una proposta.
Che una proposta può diventare un progetto.
E che un progetto, qualche volta, può diventare realtà.
Quindi sì.
Apriamo le porte.
Apriamo le finestre.
Facciamo entrare aria nuova.
Facciamo entrare idee nuove.
Facciamo entrare persone nuove.
E soprattutto lasciamo che quelle persone abbiano la possibilità di diventare protagoniste.
Perché forse la vera forza di un movimento politico non si misura soltanto dal numero degli iscritti.
Si misura dalla capacità di far sentire ogni cittadino parte di qualcosa.
Io sono Marco.
Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.
E questo era il sesto episodio.
La prossima volta che organizzeremo una riunione, forse dovremmo ricordarci una cosa:
non stiamo aprendo una porta per far entrare qualcuno.
Stiamo aprendo una porta perché quella persona possa sentirsi a casa.
Ci sentiamo al prossimo episodio.


