
🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S
Episodio 7 — Non basta dire cosa non va.
C’è una frase che sentiamo continuamente in politica:
“Questo non funziona.”
E spesso è vero.
Un servizio che non funziona.
Una strada che avrebbe bisogno di manutenzione.
Un’attività che chiude.
Un giovane che non trova lavoro.
Uno spazio pubblico inutilizzato.
Un problema che viene segnalato da anni.
Denunciarlo è importante.
Ma oggi voglio farmi una domanda:
dopo aver detto che qualcosa non va, cosa facciamo?
Perché secondo me è proprio lì che comincia la parte più difficile dell’attivismo.
Dire che una cosa non va è relativamente semplice.
Basta indicarla.
Fotografarla.
Raccontarla.
Scrivere un post.
Ma fermarsi alla denuncia rischia di trasformare la politica in una lunga lista di problemi.
E i cittadini di problemi ne conoscono già abbastanza.
Forse hanno bisogno anche di qualcuno che dica:
“Vediamo se possiamo trovare una soluzione.”
Una proposta seria, però, non nasce dal nulla.
Prima bisogna capire.
Perché quel problema esiste?
Chi lo vive?
Quali sono gli ostacoli?
Quanto potrebbe costare intervenire?
Chi dovrebbe occuparsene?
E soprattutto: c’è una strada concreta per cambiare le cose?
Sono domande meno spettacolari di un post sui social, ma sono quelle che fanno la differenza.
Perché tra una lamentela e una proposta c’è di mezzo il lavoro.
Pensiamo ancora alle botteghe.
Dire:
“Bisogna salvare l’artigianato”
è facile.
Ma poi arrivano le domande vere.
Come aiutiamo un giovane a imparare un mestiere?
Come favoriamo il passaggio delle competenze da una generazione all’altra?
Come rendiamo più accessibili gli spazi?
Come aiutiamo chi vuole aprire una piccola attività?
E soprattutto: quali strumenti abbiamo davvero a disposizione?
Quando cominciamo a cercare queste risposte, smettiamo di fare soltanto politica delle parole.
Cominciamo a fare politica delle idee.
E qui, secondo me, l’attivista ha un compito preciso.
Studiare prima di parlare.
Ascoltare chi quel problema lo vive.
Confrontarsi con chi ha competenze.
Verificare i dati.
Capire cosa è già stato fatto.
E poi mettere tutto insieme.
Perché una buona proposta non deve soltanto essere condivisibile.
Deve essere anche credibile.
E c’è una frase che dovremmo imparare a pronunciare più spesso:
“Non lo so.”
In politica sembra quasi una debolezza.
Io penso invece che possa essere una forma di serietà.
“Non conosco ancora i costi, li verifico.”
“Non so se sia tecnicamente possibile, provo a capirlo.”
“Non ho ancora una risposta, ma cerco di trovarla.”
Molto meglio questo che promettere qualcosa soltanto perché suona bene.
Anche perché il confronto può cambiare completamente una proposta.
Puoi partire con un’idea convinto che sia quella giusta.
Poi parli con un artigiano e scopri un problema che non avevi considerato.
Parli con un giovane e ti accorgi che la priorità è un’altra.
Parli con un tecnico e scopri un vincolo.
Parli con un amministratore e capisci che bisogna trovare una strada diversa.
E allora modifichi il progetto.
Non hai perso.
Hai migliorato la tua idea.
Credo che questo valga anche per chi fa opposizione.
Controllare chi governa è fondamentale.
Segnalare gli errori è necessario.
Chiedere spiegazioni è doveroso.
Ma ogni tanto dovremmo ricordarci di fare anche un’altra domanda:
“Noi cosa proponiamo?”
Perché dire soltanto “avete sbagliato” lascia il problema esattamente dov’era.
Una proposta, invece, apre una possibilità.
Magari verrà accolta.
Magari verrà modificata.
Magari verrà respinta.
Ma almeno avremo messo sul tavolo un’alternativa.
E non tutte le idee funzioneranno.
Questo bisogna dirlo chiaramente.
Una proposta può essere respinta.
Un progetto può non trovare le risorse necessarie.
Un’iniziativa può partire male.
Possiamo anche scoprire che avevamo valutato male una situazione.
Fa parte del percorso.
L’importante è non trasformare un fallimento in una scusa per smettere di provarci.
Si analizza.
Si corregge.
E, quando ne vale la pena, si riparte.
Per questo non vorrei che Il Diario dell’Attivista diventasse un semplice elenco di cose che non funzionano.
Non mi interessa dire:
“Questo va male.”
E poi passare al problema successivo.
Voglio provare a fare un passo in più:
“Questo va male. Possiamo capire perché e provare a cambiarlo?”
Quella parola — possiamo — è importante.
Perché non scarica tutto sulle istituzioni.
Non scarica tutto sui cittadini.
Non scarica tutto sulla politica.
Ci mette dentro anche noi.
E allora, la prossima volta che incontriamo un problema nel nostro territorio, proviamo a fermarci un momento.
Invece di limitarci a dire:
“È sempre stato così.”
chiediamoci:
“Deve essere necessariamente così anche domani?”
Forse non avremo subito la risposta.
Ma avremo iniziato a cercarla.
E qualche volta è proprio da una domanda che nasce una buona proposta.
La politica che vorrei è una politica capace di denunciare ciò che non funziona.
Ma anche di assumersi la responsabilità di cercare alternative.
Una politica che non abbia paura di dire:
“Questo non va.”
Ma che abbia anche il coraggio di aggiungere:
“Proviamo a cambiarlo.”
Perché governare, fare opposizione o fare attivismo non significa avere sempre ragione.
Significa avere la volontà di capire, proporre e mettersi in gioco.
Io sono Marco.
Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.
E questo era il settimo episodio.
La prossima volta che sentiremo qualcuno dire:
“Qui non funziona niente”
proviamo a non fermarci alla lamentela.
Chiediamogli:
“Secondo te, cosa potremmo fare per cambiarlo?”
Perché magari, proprio dentro quella lamentela, c’è già l’inizio di una proposta.
Ci sentiamo al prossimo episodio.


