Essere attivista quando

Essere attivista quando

🎙️ Il Diario dell’Attivista M5S.

Episodio 2 — Essere attivista quando nessuno ti ascolta

C’è una parte dell’attivismo di cui si parla poco.

È quella che arriva dopo l’entusiasmo.

Dopo le idee.

Dopo le riunioni.

Dopo le parole: “Dobbiamo farlo”.

Perché avere un’idea è facile.

Il difficile è provare a trasformarla in qualcosa di concreto.

E lì comincia la vera sfida.

Quando ti accorgi che non basta avere una buona idea

Può capitare di avere un progetto che consideri importante.

Ci lavori.

Lo scrivi.

Lo presenti.

Cerchi persone che possano aiutarti.

Provi a farlo conoscere.

E poi aspetti.

Aspetti una risposta.

Aspetti qualcuno che dica: “Proviamoci”.

E qualche volta quella risposta non arriva.

Oppure arriva dopo molto tempo.

Oppure arriva un “no”.

E allora ti chiedi:

“Ne vale davvero la pena?”

Questa è una domanda che, secondo me, prima o poi ogni attivista si pone.

Perché essere attivista non significa soltanto combattere contro i problemi.

A volte significa combattere contro la propria voglia di mollare.


Io penso che l’attivismo non debba essere misurato soltanto dai risultati immediati.

Una proposta che oggi non riesce a partire non significa necessariamente che sia una proposta inutile.

Un incontro con poche persone non significa che sia stato un fallimento.

Una riunione con cinque persone può essere l’inizio di qualcosa.

Una telefonata può sembrare insignificante.

Un messaggio può non ricevere risposta.

Ma magari, un giorno, qualcuno riprenderà proprio quell’idea.

E allora capisci che forse non avevi perso tempo.

Avevi semplicemente piantato un seme.


C’è però un’altra cosa che ho imparato.

Non bisogna confondere l’attivismo con la ricerca di approvazione.

Se fai qualcosa soltanto perché vuoi sentirti dire “bravo”, prima o poi ti stanchi.

Se invece lo fai perché credi che quella cosa possa essere utile alle persone, allora puoi continuare anche quando nessuno ti applaude.

E questo, secondo me, vale soprattutto nella politica.

Perché la politica non dovrebbe essere un palcoscenico.

Non dovrebbe essere una gara a chi prende più applausi sui social.

Dovrebbe essere un lavoro.

Un lavoro spesso silenzioso.

Fatto di documenti.

Di telefonate.

Di confronti.

Di proposte.

Di studio.

E soprattutto di ascolto.


Essere attivista del Movimento 5 Stelle significa anche confrontarsi con una realtà politica che è cambiata nel tempo.

Il Movimento è nato con una grande promessa:

riportare i cittadini dentro la politica.

Questa promessa, secondo me, non dovrebbe essere considerata qualcosa appartenuto soltanto al passato.

Dovrebbe continuare a rappresentare una responsabilità.

Perché se diciamo che i cittadini devono essere protagonisti, dobbiamo anche creare le condizioni perché possano esserlo davvero.

E questo significa andare oltre il semplice voto.

Una persona non dovrebbe essere importante soltanto quando entra in una cabina elettorale.

Dovrebbe essere importante anche il giorno dopo.

E quello dopo ancora.


Ma c’è una cosa ancora più difficile.

Ascoltare anche chi non la pensa come te.

Perché quando sei convinto delle tue idee, è molto facile cercare soltanto chi ti dà ragione.

È molto più difficile sedersi davanti a qualcuno che ti dice:

“Non sono d’accordo”.

E ascoltarlo.

Senza interromperlo.

Senza cercare immediatamente una risposta.

Senza trasformare ogni discussione in uno scontro.

Forse è proprio questo uno degli esercizi più importanti che un attivista possa fare.

Perché se vogliamo convincere le persone che la politica può essere diversa, dobbiamo prima dimostrare di essere capaci di confrontarci diversamente.


E allora cosa facciamo quando nessuno ci ascolta?

Continuiamo a parlare?

Sì.

Ma soprattutto continuiamo ad ascoltare.

Cerchiamo altre persone.

Proviamo altre strade.

Miglioriamo le nostre proposte.

Accettiamo le critiche.

Studiamo.

E, quando serve, ammettiamo di avere sbagliato.

Perché anche un attivista può sbagliare.

Anzi, deve poter sbagliare.

L’importante è avere l’umiltà di riconoscerlo.


Forse il vero attivista non è quello che urla più forte.

È quello che continua a lavorare anche quando nessuno lo vede.

Quello che prepara una proposta quando non sa ancora se qualcuno la leggerà.

Quello che partecipa a una riunione anche quando sa che saranno in pochi.

Quello che continua a credere che una piccola comunità possa diventare una comunità più grande.

Quello che non smette di bussare alle porte.

Anche dopo averne trovate alcune chiuse.


E allora voglio lasciare una riflessione.

Se avete un’idea nella quale credete, non aspettate necessariamente che qualcuno venga a dirvi che è una buona idea.

Provatela.

Scrivetela.

Raccontatela.

Fatela conoscere.

Mettetela a disposizione degli altri.

Magari non funzionerà.

Magari verrà criticata.

Magari nessuno la prenderà in considerazione.

Ma almeno avrete fatto qualcosa.

Perché il contrario dell’attivismo non è perdere.

È non provarci.

Io continuerò a provarci.

Con i miei limiti.

Con i miei errori.

Con le mie idee.

E anche con tutte quelle volte in cui mi verrà voglia di dire:

“Ma chi me lo fa fare?”

Forse la risposta è proprio lì.

Lo faccio perché credo che valga ancora la pena partecipare.

Perché credo che le cose possano cambiare.

E perché, nonostante tutto, non voglio semplicemente stare a guardare.

Io sono Marco.

Questo è Il Diario dell’Attivista M5S.

E questo era il secondo episodio.

A volte nessuno ti ascolta.
Ma questo non significa che tu debba smettere di parlare.
Significa che devi trovare il modo di farti ascoltare.

Ci sentiamo al prossimo episodio.

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