
Cosa significa davvero la parola “indecente”?
Una riflessione di Marco Ferrara.
Caro Presidente Mattarella,
quando si parla di rispetto delle regole, non possiamo che essere d’accordo: un commerciante deve rilasciare lo scontrino e un artigiano deve emettere la fattura. Evadere le tasse significa sottrarre risorse alla collettività.
Ma vorrei porre una domanda, da semplice cittadino:
che cosa dovrebbe essere considerato “indecente” in un Paese civile?
Per me è indecente che una persona possa lavorare una vita intera e arrivare alla vecchiaia senza avere una pensione sufficiente per vivere dignitosamente.
È indecente che un giovane possa lavorare e, nonostante questo, avere difficoltà a costruirsi un futuro.
È indecente quando i cittadini incontrano liste d’attesa troppo lunghe per una visita o un esame diagnostico mentre la sanità pubblica fatica a rispondere ai bisogni delle persone.
È indecente vedere anziani in difficoltà economica e famiglie costrette a fare i conti ogni giorno con affitti, bollette, spesa e medicine.
È indecente quando un territorio viene colpito da una calamità e la ricostruzione sembra non finire mai.
È indecente quando il dissesto del territorio, la mancata manutenzione o le carenze infrastrutturali trasformano eventi naturali in tragedie che potevano essere affrontate meglio.
È indecente quando emergono casi di corruzione e di cattiva amministrazione.
Ed è altrettanto indecente quando chi ricopre incarichi di responsabilità pubblica perde di vista una cosa fondamentale:
la politica dovrebbe essere al servizio dei cittadini.
Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Nella politica italiana ci sono migliaia di persone che svolgono il proprio lavoro con serietà, passione e senso delle istituzioni.
Ma proprio per questo dobbiamo pretendere trasparenza.
Dobbiamo poter discutere dei trattamenti economici della politica, dei vitalizi, delle pensioni dei parlamentari, delle indennità, dei privilegi e dei costi delle istituzioni senza trasformare ogni critica in un attacco alle istituzioni.
Perché criticare una regola o chiedere di cambiarla non significa essere contro la Repubblica.
Significa esercitare il diritto di un cittadino a porre delle domande.
E una domanda, oggi, voglio porla anche sulla pensione di reversibilità.
Perché una famiglia comune deve affrontare difficoltà economiche enormi quando viene a mancare una persona che contribuiva al bilancio familiare?
E perché il cittadino deve avere la sensazione che esistano trattamenti diversi a seconda della posizione ricoperta?
Su questi temi servono numeri, leggi, trasparenza e confronto pubblico.
Non slogan.
Non odio.
Non propaganda.
Trasparenza.
Perché il problema non è soltanto quanto guadagna un politico.
Il problema è quanto il cittadino sente che le istituzioni siano vicine alla sua vita quotidiana.
Quando una persona aspetta mesi per una prestazione sanitaria, quando un pensionato deve scegliere tra comprare le medicine o fare la spesa, quando un giovane non riesce a trovare un lavoro stabile, la domanda diventa inevitabile:
le istituzioni stanno davvero facendo tutto ciò che possono per queste persone?
Questa è la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porre.
E dobbiamo poterla porre anche al Presidente della Repubblica, al Parlamento, al Governo, alle Regioni e alle amministrazioni locali.
Non per attaccare qualcuno.
Ma perché in una democrazia il cittadino ha il diritto di chiedere conto a chi governa.
Io non voglio un Paese dove si urla soltanto.
Voglio un Paese dove si discute, si controlla, si propongono soluzioni e si partecipa.
Perché indignarsi può essere il punto di partenza.
Ma trasformare l’indignazione in partecipazione è molto più importante.
— Marco Ferrara
Diario dell’Attivista

